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ALETTI (2010). Percorsi di psicologia della religione alla luce della psicoanalisi.

M. ALETTI, Percorsi di psicologia della religione alla luce della psicoanalisi, Aracne, Roma 2010 (2. ed. rinnovata e ampliata) pp. 281. (Recensione di Sergio Ubbiali)

L’incontro fra l’indagine psicologica e l’esperienza religiosa segna un momento rilevante nella non facile impresa interpretativa, alla quale il momento presente si destina, orientato com’è a non disattendere nessuna figura o vicenda fra quelle ascrivibili al multiforme patrimonio umano.

Quale sia la conveniente risposta all’interrogativo se i risultati raggiunti finora appaghino le attese matura-te sul duplice versante, è un problema a cui le analisi stanno lavorando, anche se a questo proposito una certezza non è ignorabile. Con buone ragioni gli studi sviluppatisi negli ultimi decenni respin-gono come radicalmente improprio il presupposto che bloccava la puntuale considerazione intorno al dinamismo psicologico iscrivibile nell’homo religiosus, pertanto non è immaginabile, se non in base a stereotipi o falsi pregiudizi, sancirvi un comportamento e una condizione invalidanti chi vo-glia proporsi nel legittimo significato umano. A intervenire in forma particolareggiata attorno al problema, in maniera tale che, mediante una rassegna altamente circostanziata su programmi, scelte e autori, se ne conoscano gli episodi maggiori e si possiedano allora i termini per una valutazione spiccatamente professionale, è Mario Aletti. Scegliendo fra i numerosi saggi, che questi ha elaborato reagendo ai multiformi interrogativi scaturiti intorno alla «psicologia della religione», Germano Rossi ne individua con tempestività i più rimarchevoli e, ispirandosi al materiale volta a volta suggeritovi, li ordina in tre successive sezioni. La prima riveste un andamento esplicitamente metodologico, la seconda una più pronunciata declinazione contenutistica, mentre nella terza si rieditano «due contributi di introduzione alla psicologia della religione come disciplina scientifica pubblicati diversi anni fa: uno di Milanesi e Aletti (1973) ed uno di Antoine Vergote (1993)» (XIV). Con gli argomenti inclusi nel primo blocco ci si pronuncia su «questioni epistemologiche e meto-dologiche generali e fondamentali della psicologia della religione (oggetto, ambiti, limiti)» (XIII), alle problematiche il discorso si avvicina senza ignorarne la ricca congiuntura culturale, sicché i sondaggi riflessivi non trascurano cosa scaturisce «all’interno del dibattito contemporaneo sui rap-porti tra religione e spiritualità, sui complessi intrecci tra psicologia e teologia e sul confronto tra religiosità e Cristianesimo, nell’attuale contesto multiculturale e pluralistico» (XIII-XIV). Il secon-do blocco tematico decreta il confronto con «alcune proposte di soluzioni e modelli metodologici individuabili “alla luce della psicoanalisi”» (XIV), se ne misura la portata vagliando dapprima le opinioni espresse circa l’illusione e i fenomeni transizionali e trattando poi le spinose questioni che il messaggio sull’anima e l’accompagnamento in chiave spirituale sollevano. Nell’insieme gli svolgimenti si rimandano l’un l’altro e si completano testimoniando così un’organica convinta biografia intellettuale. Cosa vi si manifesta è il percorso lungo il quale, per quarant’anni, Aletti ha inteso muoversi, cimentandosi con le risorse cliniche e teoriche a cui può fa-re ricorso non soltanto grazie al proprio personale programma diagnostico e terapeutico ma pure grazie allo stabile incontro con i progressi, in genere non sempre perfettamente conosciuti poiché troppo spesso poco seguiti, messi in evidenza attraverso il lavoro coltivato soprattutto in area anglo-sassone. Ai testi organizzati nel volume non è possibile assegnare un’intenzione minimale, quella che molto modestamente guiderebbe a padroneggiare il più a fondo possibile la strumentazione (a livello concettuale e curativo), sulla quale nel tempo presente l’analisi psicologica riposa allorché osserva il fenomeno religioso. L’intendimento deliberatamente perseguito provoca l’attenzione a soffermarsi su un fattore cen-trale per il discorso e per la prassi, è l’elemento a cui bisogna fare appello se si vuole accertare in una misura obiettiva l’esperienza umana e dunque operare affinché l’esperienza individuale (mai isolabile in se stessa poiché sempre in relazione con le dinamiche pubbliche e sociali) rilanci l’originale qualità associata alla valida mossa religiosa. La provocazione costituisce la base, sulla quale il materiale redatto nei saggi agisce, sicché il tutto si raccoglie attorno al suggerimento che invita a ricusare una volta per sempre i due estremi usualmente reiterati con la dottrina e la pratica abituali. L’invito è a non perseguire «da una parte il verticismo epistemologico della teologia e, dall’altra parte, il riduzionismo psicologistico a volte, specie nel caso della psicoanalisi, accompa-gnato da sdegnosi arroccamenti» (5). Con riferimento all’analisi sull’attitudine psicologica, che è poi il profilo al quale la trattazione in-clusa nel volume si lega, Aletti accentua l’«interesse che il dialogo con la teologia può avere per la psicologia» (5) e ne precisa i motivi indicando come «solo la teologia può indicare alla ricerca psi-cologica la consonanza di un vissuto individuale con la religione cui è intenzionalmente riferito» (5). La segnalazione avvia il ragionamento a precisare cosa debba essere accolto sotto l’espressione «psicologia della religione», Aletti ne delibera la natura, il ruolo e le caratteristiche asserendo che la «psicologia della religione» studia «il funzionamento psichico della persona nel suo rapportarsi ad una religione storicamente e culturalmente determinata» (XIII) sicché «anche se abbisogna di in-formazioni contenutistiche sulla religione che non possono provenire dalla psicologia, la studia con paradigmi e metodi che sono specificamente psicologici» (15). L’ideale spiega l’accoglienza riservata alla «prospettiva pragmatica», è la prospettiva che Aletti comprende come il cammino oggettivo e scientifico in cui ci muove «dai fatti per istruire le que-stioni» (4). Per sé, attraverso gli episodi più recenti, anche la disciplina teologica ha preteso con una certa insistenza che si rivedessero i presupposti investigativi tradizionali, compresi quelli messi in campo con l’istituzione accademica, e ne ha avviato una sensibile trasformazione rimandando i di-scorsi su Dio, l’uomo, il mondo all’esplorazione argomentata in senso «pratico». L’apertura al pra-tico segnala la speciale conclusione alla quale il pensiero teologico è pervenuto in base al massiccio rinnovamento determinato nella visione sulla rivelazione divina e sull’esclusivo ruolo, che la libertà umana ricopre in ordine al mostrarsi divino agli uomini. La netta chiarificazione attorno al principio pratico e al fondato apporto, che arreca all’attività esplicativa chiesta al sapere teologico, non può dirsi ancora conclusa, anche se, malgrado gli inop-pugnabili e addirittura imperdonabili ritardi, le questioni, sulle quali lo scambio comune è chiamato a concentrarsi, sono state oramai perfettamente individuate. Tra le questioni basilari senza dubbio la più rilevante è quella nella quale si rilancia in maniera cospicua il nesso fra la temporalità (indivi-duale) e la verità (universale). La riflessione teologica la si impegna così a determinare i criteri in base ai quali, andando oltre una pura e semplice procedura descrittiva, si colga e si avvalori quell’esclusiva dimensione per la quale ogni singola occasione diventa realmente «decisiva» per l’uomo, sicché egli vi si svela come chi non è mai intercambiabile, giacché posto sempre in una si-tuazione irrevocabile, unica nel suo genere. È il nodo teorico determinante per l’indagine teologica contemporanea, che Aletti avvicina rece-pendo cosa Vergote legge come un ragionamento innovativo. La modalità, secondo la quale i teolo-gi intendono la fede («una risposta umana alla parola e all’azione di Dio nella storia» [XI]), diventa allora il canone che porta il discorso teologico verso un legame stabile con l’analisi psicologica. La svolta, a cui ci si appella, facilita il mutuo rimando fra teologia e psicologia, ne incoraggia il fecon-do colloquio in ordine all’analisi sul dominio riservato alla religione, a condizione però che se ne sottragga la sostanza all’ipoteca positivista e naturalistica, nella quale le discussioni sulla religione sono sorte e continuano a ricadere. Ma ciò è possibile solo se la teologia e la psicologia s’incontrano nella domanda radicale che è l’uomo per se stesso, giacché la verità egli può conoscerla unicamente se vi si arrischia in prima persona. (Sergio Ubbiali)

 

Recensione di Sergio Ubbiali - Docente di Escatologia Cristiana - Facoltà Teologica dell'Italia Settentrionale di Milano. Pubblicata su Teologia. Rivista della Facoltà Teologica dell'Italia Settentrionale, 37 (2012) 479-480.