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SPIRITUALITY (2012) - Numero monotematico di Archive for the Psychology of religion

“Spirituality” - Numero speciale monotematico di Archive for the Psychology of religion/Archiv für Religionspsychologie, vol. 34 pp. 114. Brill, Leiden-Boston, 2012. (Recensione di Mario Aletti)

Le parole (e i concetti che vi trovano espressione) hanno una storia ed una collocazione: geografica, culturale, linguistica e disciplinare. Spirituality ha un significato non coincidente con quello acquisito da “spiritualità” all’interno della cultura, della teologia e della letteratura cristiana nel corso dei secoli). Ma è termine sempre più frequente nel linguaggio comune dei paesi anglofoni e, per ineluttabile derivazione, anche nella letteratura internazionale di psicologia della religione, pubblicata prevalentemente di lingua inglese.

Il concetto appare multidimensionale e vago, dal momento che il suo uso riflette diverse tradizioni intellettuali, culturali e religiose. Nella letteratura di psicologia della religione esiste, in particolare, un ampio dibattito sui rapporti tra religione e spiritualità. A volte i concetti sono usati come sinonimi, a volte come contrari e contrapposti, a volte, e forse più spesso, come intersecantesi in un area comune diversamente disegnata: per alcuni la spiritualità sarebbe una qualificazione quasi aggettivale della forma più autentica della religione; per altri, al contrario, la religione sarebbe una parte ristretta e determinata della più ampia spiritualità il cui cuore sarebbe l’esperienza e la ricerca del “sacro” che la religione tenderebbe ad imbrigliare e governare. Per una certa letteratura, anche sociologica e psicologica, la distinzione spiritualità vs. religione tenderebbe a corrispondere alla bipolarizzazione personale/istituzionale, interiore/esteriore, emozioni/credenze: equazioni in cui non è raro ravvisare qualche scivolamento dall’ambito descrittivo a quello valutativo.

Un contributo alla discussione ed uno stimolo ad approfondire i concetti in vista di un confronto fruttuoso vien da questo numero monografico della rivista internazionale che è l’organo ufficiale della IAPR-International Association for the Psychology of Religion. Il volume riprende ed integra alcuni contributi teorici e ricerche empiriche presentati al convegno internazionale dell’associazione (Bari, Agosto 2011), dove la parola-chiave Spirituality era di gran lunga la più ricorrente. Il saggio introduttivo di Herman Westerink evidenzia che il concetto di spiritualità, per quanto molto usato in studi e ricerche empiriche, è ancora privo di una precisa collocazione e significato. Docente presso la Facoltà Teologica Protestante dell’Università di Vienna, Westerink colloca l’emergere e l’affermarsi del concetto di spiritualità nel contesto dell’intrecciarsi dei rapporti tra psicologia e teologia lungo la storia della psicologia della religione. Da un lato, la psicologia ha cercato di emanciparsi dai legami con la teologia e le istituzioni religiose. Da un altro lato, la psicologia della religione rimane strettamente legata al progetto della teologia liberale di fondare la religiosità come una dimensione costitutiva dell’individuo, che ha precedenti e referenti illustri (Schleiermacher, Tillich, Ricoeur) e resiste alla critica e alle debolezze delle formulazioni teologiche e delle istituzioni religiose, in una cultura ormai secolarizzata (“post-religiosa”). Conseguentemente e per raccoglier questo duplice filone nella psicologia della religione, l’autore propone una distinzione tra una spiritualità teistica (che fa riferimento ad una realtà divina) ed una spiritualità non-teistica, che fa riferimento ad un orientamento esistenziale tramite una visione olistica della realtà e la ricerca dell’autotrascendimento. Più determinata e drastica la posizione di Pär Salander, che dà voce a coloro che ritengono il concetto di spiritualità inutile e confusivo all’interno della psicologia della religione. Partendo dalle molte ricerche empiriche che hanno coniugato il concetto di spiritualità con il benessere psichico e fisico, egli mostra come l’uso che se ne fa manchi di chiarezza e di univocità. Spesso le ricerche lo definiscono con propri strumenti di misura incorrendo in una dinamica di circolarità (la spiritualità è quella cosa che è misurata dai test di spiritualità), per cui è impossibile definire a quale realtà il concetto si riferisca (l’“ontologia” della spiritualità). L’autore con una verve ironica che non manca di arguzia sottolinea che la recente esplosione delle ricerche sulla spiritualità è tipica del contesto anglosassone (la “Anglosfera”) ed è riferita, con pragmatismo americano, soprattutto ai presunti benefici offerti a malati in situazioni di cure ospedaliere, frequentemente a malati terminali. Salander nota anche che è tipico del contesto occidentale, non solo nel mondo dei media, ma anche tra gli studiosi, sostituire il termine di religione con quello di spiritualità, quasi a volerlo rivestire di abiti più trendy nella cultura contemporanea. La conclusione è che il concetto stesso di spiritualità, per essere utile alla psicologia della religione, dovrà essere meglio precisato e reso univoco, validato in contesti differenti da quello protestante anglo-americano, e, soprattutto, ben distinto sia dalla religione, sia da una generica filosofia di vita.

Seguono, nel volume, le presentazioni di ricerche empiriche che, per vie diverse, confermano la necessità di una più chiara definizione dei contorni dei concetti. Tatjana Schnell mostra la diversa incidenza della spiritualità religiosa rispetto alla spiritualità non religiosa, sulle altre caratteristiche di personalità. Peter la Cour e coll. mostrano che la comprensione della parola “spiritualità” nella popolazione di un Paese pur molto secolarizzato come la Danimarca, si accorpa in torno a sei nuclei di significato tra loro ben distinti; per cui non si dovrebbe farne uso se non specificando esattamente l’accezione usata nel preciso contesto della ricerca. Dagfinn Ulland, studiando alcune esperienze di estasi di un gruppo di Cristiani Evangelici Neocarismatici (i “Toronto blessing”), introduce il concetto di “spiritualità incarnata”. Queste ricerche, che hanno il pregio di essere condotte con metodologie statistiche accurate, evidenziano sia all’interno delle proprie metodologie e risultati, sia e soprattutto nel confronto tra di loro, la multidimensionalità e l’approssimazione del concetto di spiritualità, non solo nella percezione da parte dei soggetti dell’indagine, ma anche nel disegno di ricerca degli studiosi: è evidente, solo per fare un esempio, che il costrutto di “spiritualità corporea” non contribuisce alla chiarezza del concetto di spiritualità). Il volume è chiuso da una postfazione di Ralph Hood che, pur riconoscendo l’indeterminatezza da cui è ancora appesantito il concetto di spiritualità, ritiene che lo studio psicologico della religione tenda inevitabilmente a dedicarsi, in una società sempre più secolarizzata, alla religione privatizzata, individuale ossia a spostarsi verso una nuova religiosità intesa come la “religione dopo la religione”. In realtà questa è la direzione già presa dai ricercatori americani; la Division 36 dell’American Psychological Association, da pochi mesi ha scelto di modificare la propria denominazione in Society of Religion and Spirituality, anche se la scelta sembra aver risposto a motivazioni pragmatiche, più che a chiarezza teorica.

In conclusione il volume, nella varietà delle voci e delle posizioni esposte, ottiene lo scopo di evidenziare la complessità del problema e la difficoltà, di sovrapporre il concetto di religione con quello di spiritualità che, almeno allo stadio attuale della ricerca, non definisce nessuna realtà circoscrivibile ed operazionalizzabile come oggetto di studio. Il termine copre tanti e tanto diversi significati: dalla devozione privata o pubblica a Dio, all’esperienza soggettiva ed interiore di autotrascendimento o di dedizione ai valori umanistici di fratellanza, alla meditazione e alle pratiche interiori di riscoperta del vero sé, alle tecniche di sviluppo del potenziale umano, all’attitudine di dare senso alla vita, alla ricerca del benessere psico-fisico, all’attenzione al rispetto degli animali e all’alimentazione vegetariana, alla capacità di fare fronte alle malattie terminali, o di “pensare positivo” in ogni accadimento della vita…. Usato in così tante accezioni, il concetto di spiritualità non riveste più nessuna realtà precisa: il re, se non è proprio nudo, certamente è mal vestito! Tuttavia il termine “spiritualità” evoca caratteristiche che non dovrebbero essere ignorate non solo dagli tra psicologi, ma anche nel dialogo tra psicologi e teologi. Per alcuni studiosi, la spiritualità si presterebbe meglio ad una definizione in termini di funzionalità ai fini di auto-realizzazione esistenziale, di potenziale interno, di facilitazione delle relazioni con gli altri. In ultima analisi, secondo costoro, la spiritualità risponderebbe più da vicino alla dimensione “psicologica”. La religione sarebbe più statica, ancorata alla tradizione, all’ortodossia delle credenze, all’osservanza istituzionale e incline al fondamentalismo, mentre la spiritualità sarebbe più dinamica e personale, creativa, basata sull’esperienza e sul mondo delle emozioni, aperta alla ricerca e allo spirito critico. E’ auspicabile che la bipolarizzazione tra religione e spiritualità sia ripensata criticamente e i due concetti, almeno in parte, integrati nella interpretazione dinamica del divenire religioso dell’uomo. Al contrario, il progetto di salvare la religiosità come nuova forma della spiritualità post-religione, basato sulla contrapposizione tra religiosità istituzionale e spiritualità personale, sembra ignorare il fatto che la psicologia studia il vissuto psichico personale verso una religione determinata, espressa nelle forme pubbliche della cultura. (Mario Aletti)

Recensione di Mario Aletti, Docente di Psicologia della Religione - Università Cattolica di Milano. Pubblicata inTeologia, Rivista della Facoltà Teologica dell'Italia Settentrionale, 38(1) 2013, 153-155.