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PINKUS (2010). Psicopatologia della vita religiosa

L. Pinkus, Psicopatologia della vita religiosaEditrice Rogate, Roma 2010, pp. 168. (Recensione di Mario Aletti)

Il volume affronta un tema spesso ignorato o trascurato, dentro e fuori le comunità religiose. La malattia mentale di un confratello genera sconcerto e fastidio e spesso viene confinata in una prospettiva volontaristica (con un richiamo all’impegno e alla buona volontà del soggetto) o fideistica (con l’invito a intensificare la preghiera) o, più spesso, demandata all’efficacia, esterna ed estranea, della terapia farmacologica. Questo approfondimento introduce ad una lettura nuova,

competente e rispettosa delle persone. Basato su una pluridecennale pratica psicoterapeutica, spesso con persone consacrate, e sull’esperienza di una lunga vita all’interno di comunità religiose, il libro si rivela profondamente “vero”: scientificamente attendibile, spassionatamente sincero, idealmente (e cristianamente) orientato alla comprensione del “senso” della malattia e dei disagi che le “personalità problematiche” incontrano (e possono causare) nell’ambito della vita religiosa.

Opportunamente, il volume colloca la trattazione della patologia in una prospettiva teorica generale e, al tempo stesso individualizzata, della personalità colta nel suo complesso e nel farsi della sua integrazione umana e religiosa. Di questo processo, che è compito mai terminato e non garantito da deviazioni, individua indicatori sensibili e momenti di svolta, opportunamente evitando l’attuale corriva tendenza all’incasellamento diagnostico - intorno all’asse di una “norma” astratta e pre-definita di ciò che è sano e ciò che è malato - tipico dei dizionari diagnostici medico-psichiatrici. “Malato è… l’espressione con cui….indico una persona che sta vivendo una delle molteplici forme di sofferenza mentale che non rientri nella normale successione degli eventi dell’esistenza, bensì ne rappresenti uno stato di sofferenza e anche rispecchi una condizione di disfunzionalità del sistema di personalità perdurante nel tempo, che ne coarta l’autonomia” (p. 71).

La rinuncia, premessa ed esplicita, ad ogni velleità di osservazione oggettiva, propone e testimonia un approccio di psicopatologia che appella ad una disponibilità e ad un atteggiamento anche metodologicamente innovativi, che raccoglie la “nostra capacità di ascolto delle autodescrizioni che i malati ci presentano; la ricerca del possibile senso nascosto nei loro comportamenti; la nostra capacità di immedesimarci, mediante l’intuizione e l’introspezione di noi stessi con l’interiorità dei malati” (p. 73). Questa proposta, decisamente divergente rispetto all’attuale tendenza alla riduzione della psichiatria ad encefaloiatria, si inserisce in quell’approccio psicodinamico che nasce dalla consapevolezza dei limiti di uno studio “oggettivo” di ciò che è, per definizione, soggettivo come la storia psichica dell’individuo. Un tale approccio, che mira a comprendere dall’interno il significato di patologie e disagi psichici, perviene a rimettere in gioco schemi abusati di lettura dei rapporti tra santità e malattia mentale. E l’autore, che anche in questo caso può riferirsi alla propria esperienza clinica, invita a “spezzare il legame tra normalità e santità, disertando ogni tentazione di affidarsi ai certificati degli psichiatri, per stabilire se una persona sia o no santa” (p. 76).

Per questi motivi, e per tanti altri ancora, la lettura si rivelerà remunerativa e stimolante per gli psicoterapeuti e per la pratica clinica. Tuttavia, i destinatari privilegiati sono i confratelli che, nella vita religiosa, si trovano a vivere accanto a persone che, con la loro sofferenza, inducono disagio e sconcerto nella comunità. In particolare, ai superiori religiosi viene segnalato che “non devono mai dimenticare che, a prescindere dalle proprie caratteristiche personali, la loro persona è anche gravata di significati simbolici che, per il malato, possono avere valenza positiva, di incoraggiamento, ma anche persecutoria” (p. 79). A tutti i lettori, del resto, è rivolto l’invito a cogliere il senso umano e cristiano, della presenza del malato mentale nella comunità religiosa. (Mario Aletti)

Recensione di Mario Aletti, Docente di Psicologia della Religione - Università Cattolica di Milano. Pubblicata inTeologia, Rivista della Facoltà Teologica dell'Italia Settentrionale, 38(1) 2013, 149-150.