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Orientamenti Bibliografici 2002-2006

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PSICOLOGIA DELLA RELIGIONE (Orientamenti Bibliografici 2002-2006)

Negli ultimi anni i temi e le pubblicazioni di psicologia della religione hanno conosciuto un incremento di interesse, parallelo a quello suscitato, più in generale, dai temi “religiosi”. Le virgolette sono necessarie, a dire delle ambivalenze che possono essere connesse al termine, nell’uso comune e nell’utilizzo da parte dei mezzi di comunicazione di massa, i cui interessi non sempre coincidono con i criteri della serietà dell’indagine e del valore della pubblicazione; criteri cui invece si ispira la selezione operata in questa rassegna.

 

L’importante iniziativa della “Collana di psicologia della religione” edita dal Centro Scientifico Editore di Torino continua a passo calibrato le sue pubblicazioni che, pur privilegiando l’approccio della psicologia del profondo, danno spazio ad una molteplicità di interessi, temi e approcci, sempre rigorosamente contenuti entra la prospettiva della lettura psicologica dei fenomeni religiosi.

Ha destato molta attenzione non solo nell’ambito degli psicologi e in quello dei teologi, ma in un vasto pubblico di lettori, il volume di M. Diana, Angoscia e libertà. Psicologia del profondo e religione nell’opera di Eugen Drewermann. Centro Scientifico Editore, Torino 2002, pp. 350. E’un’opera di introduzione insieme chiara, esaustiva e critica. La detumescenza dell’ondata polemica di quella che fu la “questione Drewermann” permette oggi una lettura più attenta ai contenuti ed una valorizzazione critica del pensiero di un autore che, in Italia, è stato più spesso oggetto di polemiche che non di valutazione approfondita., Massimo Diana indica la consistenza ed il percorso del pensiero di Drewermann tra religione e psicologia del profondo, individuandone tre momenti fondamentali, tra loro interconnessi: la delineazione di una nuova antropologia a sostegno di una diversa concezione della teologia morale; la proposta di una esegesi dei testi religiosi che tenga conto della varietà dei linguaggi umani, in particolare di quelli inconsci; la critica alla struttura ecclesiale ed alla formazione dei “chierici” come “funzionari di Dio”, mirata alla riscoperta di un sacerdozio universale di cui il sacerdozio ministeriale sia una delle possibili forme storiche. In tutte le ramificazioni del suo studio Drewermann intende portare il contributo che desume dalla psicologia del profondo, come linfa nuova e corroborante, sia nella prospettiva iconoclasta-purificatrice che demistifica certe figure della teologia tradizionale, sia nella prospettiva di un approfondimento della visione dell’uomo e del suo essere religioso. Ad un tale intento viene riconosciuta la grandiosità del disegno e la generosità dell’impegno. Ma, insieme, vengono proposti attenti e condivisibili rilievi, specie metodologici ed epistemologici, avanzati dal punto di vista della psicologia mentre, viene lasciato ai teologi di professione il compito di un esame critico delle opere di Drewermann da quest’altro angolo visuale.

Importante segno di una svolta culturale è il volume Psicoanalisi e religione. Nuove prospettive clinico-ermeneutiche, a c. di M. Aletti e F. De Nardi, Centro Scientifico Editore, Torino 2002, pp. 360. Appare una insolita e coraggiosa sfida quella di riportare nell’ambito della materia propria e degna di psicoanalisi il vissuto religioso troppo facilmente, e stranamente, assente nella pratica clinica, nella formulazioni teoriche, nella formazione degli psicoanalisti. Che degli psicoanalisti si interroghino, da e in quanto psicoanalisti, sulla religione, è un fatto che rompe con abiti mentali, facili abitudini e rigidità corporative, sia nell’istituzione psicoanalitica che in organismi ecclesiali. Il sottotitolo Nuove prospettive clinico-ermeneutiche allude al naturale costitutivo intreccio della clinica psicoanalitica con l’ermeneutica e al particolare rinnovamento culturale di cui il volume è segno e insieme auspicio. Infatti,per la prima volta in Italia un vasto gruppo di studiosi, tra cui numerosi psicoanalisti membri della Società Psicoanalitica Italiana e dell’International Psychoanalytical Association, si confrontano con filosofi e teologi in un dibattito di vasta portata e respiro, sui vissuti verso la religione, pur rimanendo rigorosamente ancorati alla prospettiva clinica, al proprio ambito di competenza e alle peculiarità delle scuole di appartenenza. I saggi presentati in questo volume riproducono la molteplicità di approcci e modelli teorici delle odierne prospettive psicoanalitiche post-freudiane. Il vasto tema Psicoanalisi e religione, si articola  così lungo percorsi differenziati: come, ad esempio, configurando una possibile matrice proto-mentale del senso del divino, considerando la religione come una particolare “relazione d’oggetto”, o cogliendone le valenze di “fenomeno transizionale”. L’opera, che risulterà molto gradita agli esperti, è comunque una lettura da consigliare a chiunque aspiri ad un confronto informato e non sterilmente contrappositivo tra teologia e psicoanalisi.

Un altro modo di realizzare il confronto tra psicoanalisi e religione, in questo caso declinato nelle forme del coinvolgimento personale, è quello rappresentato dal piccolo, intenso volume con cui uno degli ultimi grandi maestri della psicoanalisi ci parla della religione come l’ha vissuta all’interno della sua pratica clinica e nelle profondità della propria stessa vita spirituale: G. Benedetti, Riflessioni ed esperienze religiose in psicoterapia, Centro Scientifico Editore, Torino 2005, pp. 196. É una testimonianza intensamente autobiografica, che integra l’insegnamento che Gaetano Benedetti trasmette da molti anni attraverso l’indagine scientifica, la pratica clinica e la formazione di giovani terapeuti. A differenza che nei suoi numerosi e precedenti scritti rigorosamente ristretti alla pratica terapeutica e alla teorizzazione clinica, qui l’Autore – come egli stesso dichiara - affronta “quei grandi problemi umani che riguardano non solo taluni pazienti in terapia, ma anche l’uomo tutto e impegnano anche il terapeuta a riflettere: sull’origine del dolore nel mondo, sull’essenza della colpa umana, sulla relazione dell’esistenza con la Trascendenza”. Ne risulta una lettura ricca e aperta a spazi di confronto critico, di riflessione personale, di insegnamenti su un approccio al malato che sia sempre rispettoso ed orientato alla compassione e alla condivisione della sofferenza. Lettura altamente raccomandabile non solo agli psicoterapeuti di ogni orientamento teorico, ma anche a tutti i religiosi e a quanti si confrontano con la sofferenza psichica, propria ed altrui.

Il tema del fondamentalismo religioso richiama una notevole attenzione. Ormai non più soltanto come fatto di cronaca, di storia e di sociologia ma, finalmente, anche come luogo critico di studio delle dinamiche psicologiche.

Di particolare interesse ed attualità è il volume Identità religiosa, pluralismo, fondamentalismo, a c. di. M. Aletti e G. Rossi, Centro Scientifico Editore, Torino 2004, pp. 333. Nato da un’esigenza di riflessione sulle dinamiche che avrebbero condotto alla strage di Manhattan del settembre 2001, costituisce, di fatto, una proposta molto ampia ed innovativa. Per la prima volta i temi dell’identità religiosa e delle sue alienazioni e derive, che giungono fino al suicidio-eccidio e all’attentato terroristico, vengono studiati sistematicamente in prospettiva psicologica, cercando di fare luce anche sui processi mentali all’opera nella personalità del fondamentalista e del terrorista. L’indagine, oginariamente mossa dal bisogno di capire le ragioni, i processi e le drammatiche conseguenze di un certo tipo di fondamentalismo, amplia l’orizzonte della ricerca agli imprescindibili riferimenti storici, socioculturali e geopolitici; ma al tempo stesso la focalizza in prospettiva psicodinamica e psicoculturale, fino a mettere a tema insieme, perché intrinsecamente interconnessi nella costruzione della personalità e del vivere sociale, identità religiosa, pluralismo, fondamentalismo. La trattazione è ampia e multifocale e tuttavia sempre accessibile anche ad un pubblico di non specialisti. L’attualità storica culturale di questi anni, lungi da certi facili sensazionalismi, vi compare solo come stimolo alla riflessione (insieme scientifica ed etica) che ha mosso autori e curatori del libro: “dove erano gli psicologi l’11 settembre?” Che cosa può dire (ed ha trascurato di studiare in questi anni) la psicologia occidentale sul mondo islamico? Il fondamentalismo è una caratteristica legata ad alcune religioni o è una dimensione psicologica, deriva possibile in ogni credenza ed appartenenza religiosa?

Il tema del fondamentalismo viene trattato anche da alcuni psicologi della religione statunitensi: R. W. Hood, Jr., P. C. Hill e W. P. Williamson, The psychology of religious fundamentalism. Guilford Press, New York 2005, di cui è appena uscita la trad. it. Psicologia del fondamentalismo religioso, Edizioni Carlo Amore, Roma 2006. Vi viene proposta un’interpretazione del fondamentalismo come una risposta complessiva ad una ricerca di senso per l’esistenza dell’individuo e del gruppo religioso di appartenenza. Tale senso, che si impone come chiaro ed indubitabile, si appoggia al Testo sacro, verità e fonte di misura di ogni altra verità, grazie ad una dinamica di rimandi interni e speculari che gli autori chiamano di intratestualità. La tesi, interessante anche se limitata, come unica chiave di lettura del fondamentalismo, soffre inoltre di un altro limite: quello di essere verificato solo con riferimento a gruppi religiosi fondamentalisti protestanti (in particolare l’Evangelicalismo), al gruppo Pentecostale della Church of God (of Prophecy), ed anche alla comunità degli anabattisti Amish, e alla setta dei manipolatori di serpenti dei Monti Appalacchi: tutti gruppi religiosi limitati e circoscritti, che possono risultare “pittoreschi” per una certa fascia di lettori. Gli autori sembrano così ignorare una prospettiva ed una interpretazione più ampia, che consenta di riscontrare il fondamentalismo come dimensione psicologica reperibile presso i credenti di qualunque forma storico-culturale di religione. Il confronto con l’altro testo precedentemente citato rimarca nettamente lo svantaggio di questa prospettiva.

In maniera più complessiva, con un approccio multidisciplinare (teologico, storico, antropologico). e in un ambito plurireligioso (giudaismo e cristianesimo, islam, induismo) il tema è presentato in Il fondamentalismo religioso. Contributi per il discernimento, a c. di G. Mura, numero monografico di <Euntes Docete>, nova Series, 56(2003) n. 2., Urbaniana University Press, Città del Vaticano 2003, pp. 268. La dimensione psicologica, in particolare, è evidenziata nel saggio di Guido Maglietta su fondamentalismo religioso, libertà e psicologia del profondo.

Il dialogo tra psicologia e teologia è attentamente e criticamente coltivato presso la Facoltà Teologica dell’Italia Settentrionale di Milano e trova espressione, qua e là, in volumi (manuali, saggi, tesi di laurea) di varie collane dell’Editrice Glossa. Tra le pubblicazioni più recenti se ne segnalano due, entrambi frutto di importanti convegni tenutisi presso la stessa Facoltà. Teologia e psicologia numero monografico di <Teologia> 28(2003) n. 3. É, ad oggi, la più rigorosa ed attuale riflessione  su questo “confronto inevitabile ed arduo” come lo definisce Mons. Giuseppe Angelini che introduce, storicamente e criticamente “Lo sfondo antropologico culturale del confronto”, denunciando in particolare la carenza di referenza dei saperi “scientifici” alla coscienza immediata. Segue il contributo di Mario Aletti, “Psicologia, teologia, psicologia della religione. Alcuni snodi attuali di un rapporto complesso”, che fa il punto sulla questione rileggendo criticamente la letteratura contemporanea ed evidenziando alcune nuove prospettive, dal punto di vista degli psicologi della religione. Muove invece dalla prospettiva teologica il saggio di Giuseppe Mazzocato, che riunisce sotto il titolo “Psicologia e teologia” considerazioni critiche sulle vicende  di questo complesso rapporto in ambito americano ed europeo e sul dibattito teologico in esse sviluppatesi. Bruno Seveso riapre il dibattito sul tema “Pastorale e psicologia” ricostruendo come i manuali di teologia pastorale cattolica da una parte e il dibattito pastoral-teologico dall’altra, si aprono ai contributi psicologici ed all’esperienza psicologica in generale. Il contributo di Stefano Guarinello, “Racconto, relazione, rappresentazione. Spazi della psicologia nella direzione spirituale” propone alcuni principi e metodi di questo particolare ambito dell’azione pastorale. Luca Ezio Bolis riprende un ambito di applicazione pragmatica delle conoscenze psicoanalitiche con il saggio “Letture psicoanalitiche dell’esperienza spirituale di santa Teresa di Lisieux”. Ad un’altra peculiare forma di interazione tra psicologia del profondo e teologia, è dedicato il saggio di Massimo Diana che ripercorre criticamente il percorso di “Eugen Drewermann, teologo e psicoterapeuta” Questa raccolta di contributi, che per tanti aspetti (anche nella pluralità degli approcci metodologici) rispecchia la situazione attuale di apertura e non univocità del rapporto tra teologia e psicologia, rappresenta comunque il momento più alto e criticamente precisato del dialogo oggi in Italia, ben lontano dalla confusività di altri approcci psico-teologici e psico-spirituali che incontra tanto acritico favore nella pubblicistica divulgativa ed anche in ambienti accademici ecclesiatici.

Un altro volume che pubblica gli atti di un convegno della Facoltà Teologica di Milano è M. Aletti, G. Angelini, G. Mazzocato, E. Prato, F. Riva, P. Sequeri, La religione postmoderna. Glossa, Milano 2003, pp. 225. Come il convegno, il volume è articolato in tre momenti. Il primo propone una lettura psicologica delle nuove (o rinnovate) forme di religiosità contemporanea  e analizza la tendenza di forme psicologistiche del sentimento del sacro a proporsi come nuova sapienza psico-religiosa. Il secondo analizza i rapporti tra religione, moderno e postmoderno sotto il profilo socio-culturale, politico ed etico. Il terzo presenta la situazione attuale e prospetta criticamente possibili esiti del confronto della “religione postmoderna” con le forme attuali del cattolicesimo.

I rapporti tra teologia e neurobiologia (e, in maniera meno feconda, almeno in Italia, tra l’insieme delle neuroscienze e religione) aprono un nuovo campo di ricerca e di discussione, promettente, ma anche incerto, come ogni nuovo terreno di esplorazione. E’ noto che la questione – insieme filosofica e psicologica – del rapporto mind-body spazia dal livello epistemologico e metodologico a quello degli strumenti della ricerca. Il dibattito ha a che fare con il futuro stesso della psicologia come disciplina autonoma, ovvero con la sua riduzione alle neuroscienze, quando non alla biologia, da una parte, e al decostruzionismo ermeneutico, dall’altra. Che ad una attività mentale corrisponda sempre un processo cerebrale e che tanto più la prima sia complessa e raffinata, tanto più il secondo sia altamente differenziato e specifico non pone meraviglia; meraviglierebbe il contrario. Perciò, la psicologia della religione non riceve un grande contributo al suo progresso quando apprende dalla neurobiologia che l’atteggiamento religioso (o magari mistico) ha un correlato neurobiologico. E tuttavia, la tendenza alla “riduzione del complesso al più semplice”, si annida in molta parte della divulgazione delle scoperte della neurobiologia. Questa scienza (che ricomprende la neuroanatomia e la neurofisiologia) conosce progressi stupefacenti nel campo delle tecniche di indagine e di visualizzazione dell’attività cerebrale, mentre appare ancora immatura la riflessione sulla contestualizzazione e sul significato di queste ricerche per la comprensione della persona.

In Italia è stato recentemente pubblicato il volume di E. d’Aquili e A. Newberg e V. Rause, Dio nel cervello. La prova biologica della fede (Uomini e religione). Mondadori, Milano 2002, traduzione dal titolo accattivante e mistificante, dell’originale inglese del 2001, Why God won’t go away che, in realtà, è la formulazione più semplicistica e “a tesi” tra le numerose pubblicazioni di questi autori che, per il loro entusiasmo “apologetico” sono stati definiti “neuroapostoli”. La carenza di riflessione di cui si diceva appare significativamente anche nei commenti dei pochi autori italiani che si sono accostati a questa pubblicazione, senza approfondire, “di prima mano” i numerosi rapporti di ricerca pubblicati su riviste internazionali. Gli studi degli autori si sono incentrati soprattutto sul campo della meditazione e della “mistica”, a partire dall’analisi del flusso ematico cerebrale attraverso la SPECT (acronimo inglese per tomografia computerizzata ad emissione di singoli fotoni) e la risonanza magnetica funzionale. Ma constatare, come fanno gli autori che sia un gruppo di meditatori buddisti, sia un campione di tre suore cattoliche, mentre meditano presentano entrambi una diminuzione dell’attività del “lobo parietale superiore posteriore” del cervello non dovrebbe autorizzare a dire di aver individuato il “luogo della meditazione” o che vi sia una struttura cerebrale preposta alla religione, definibile come “il modulo di Dio”. Tantomeno accettabile sembra la pretesa di costruire, a partire da questa premessa, una “Neuroteologia”, cioè una teologia formulata dal punto di vista neurobiologico o, addirittura una “metateologia” che sarebbe strettamente inerente alle strutture del cervello e quindi precedente ad ogni formazione religiosa storico-culturale.

Alla mancanza di riflessione teorica cui si accennava, fa da contrappunto positivo il contenuto di molti saggi  del volume bilingue (italiano ed inglese) Religione: cultura, mente  e cervello. Nuove prospettive in psicologia della religione/ Religion: culture, mind and brain. New perspectives in psychology of religion, a c. di M. Aletti, D. Fagnani, e G. Rossi, Centro Scientifico Editore, Torino 2006. Tra le molteplici prospettive che oggi intrigano la psicologia della religione il volume ne privilegia due, affidandole ai saggi di studiosi di rilievo internazionale: quella della psicologia culturale, da una parte e quella della neurobiologia e, più in generale, delle neuroscienze, dall’altra. Nella convinzione, dichiarata, che, se si studia il comportamento dell’individuo, le dicotomizzazioni (biologico-psicologico, natura-cultura etc.) tendono a sciogliersi in quell’unicum complesso che è lo psichico e, nel caso il vissuto psichico verso la religione. Chiedersi che cosa sia lo specifico psichico della religione, tra mente, cervello e cultura significa perciò – sostengono i curatori del volume -raccogliere le sfide ed assumersi il compito scientifico (ed etico) di contribuire allo sviluppo della psicologia tutta. E significa, altresì, cogliere la rilevanza del vissuto religioso nella personalità del singolo soggetto, quale si viene continuamente strutturando nell’interagire di dotazione neurobiologica, contesto culturale e storia personale.

Il leitmotiv della necessaria complementarietà tra approccio neurobiologico e approccio culturale è continuamente ribadito, specie nella prima parte del volume, Religione: cultura, mente, cervello. Questioni fondamentali. Questa si apre con un saggio di Alessandro Antonietti che propone una visione della psicologia che tenga presente lo strutturale radicamento del mentale nel corpo e l’imprescindibile carattere situato della vita mentale, ma che riconosca la genuina natura intenzionale degli atti soggettivi attraverso cui la persona dà senso alla propria esperienza della realtà. Il contributo di K. Helmut Reich mira a più obiettivi: collocare la questione mente/cervello all’interno dell’ambito della riflessione filosofica contemporanea; illustrare l’attuale stato della neurobiologia e i suoi metodi; presentare le ricerche interdisciplinari in cui confluiscono la neurobiologia e la psicologia della religione e, in conclusione, evidenziare come entrambe le discipline possano trarre vantaggio da ricerche di questo tipo. Jacob, A. Belzen presenta un quadro articolato della psicologia culturale della religione analizzandone prospettive, sfide e possibilità e presentandone alcuni promettenti approcci contemporanei. Questo approccio rende possibile la concettualizzazione e l’indagine del nesso esistente tra la religione, intesa come fenomeno culturale e il funzionamento psichico degli individui. Geraldo José de Paiva sottolinea, nel suo contributo, la necessaria complementarietà dell’approccio neurobiologico e di quello culturale e presenta alcune recenti proposte emergenti dalla scienza cognitiva della religione che si ancorano a una visione attuale del radicamento biologico del comportamento religioso, senza però sminuire il ruolo centrale della cultura nel determinarne il carattere propriamente “religioso” Infine, Mario Aletti si richiama alla pecularietà e complessità dell’approccio psicologico alla religione. Questo tiene conto del radicamento neurobiologico (corpo-cervello-mente) di ogni condotta psichica, ma anche della dimensione socio-culturale-linguistica e dei processi attributivi e costruttivistici nella strutturazione della religiosità personale. Perché strutture e processi neurali sono a-specifici (e perciò a-religiosi) e la “religiosità” di un’esperienza è data dal riferimento consapevole al trascendente da parte della persona, all’interno di un determinato contesto culturale.

Alcune opere introduttive meritano una particolare raccomandazione a quanti si accostano per la prima volta alla psicologia della religione. P. Ciotti e M. Diana, Psicologia e religione. Modelli problemi prospettive. (Persona e psiche): Dehoniane, Bologna 2005, pp. 260. Presentato dagli autori come “agile manuale per chi voglia avvicinarsi alla disciplina” è articolato in due parti. La prima presenta alcune classiche impostazioni del rapporto tra psicologia e religione e ripresenta la questione della definizione dell’oggetto specifico della psicologia della religione. La seconda presenta alcune prospettive e problemi aperti all’odierna impostazione della psicologia della religione. Si tratta di un’introduzione divulgativa, ma bene informata che apre ed invita ad approfondimenti, che saranno agevolati dalle fonti riportate nella ricca bibliografia.

L’opera di più autori Psicologia e dimensione spirituale, a c. di U. Ponziani, Il Mulino, Bologna 2004, pp. 340, si articola in diverse tematiche di riflessione generale (sul bisogno di assoluto) e di temi specifici presentati nella prospettiva della psicologia individuale di Alfred Adler (stile di vita ed assoluto; la dimensione spirituale nella dimensione del sé). Esplicitamente ritagliandosi uno spazio “accanto alla psicologia della religione, forse non dentro”, in quanto si interessa ampiamente dei cosiddetti “assoluti di sostituzione”, l’opera ha  il pregio di costituire il primo significativo tentativo italiano di accostare il tema dal punto di vista adleriano.

Psicologia e spiritualità potrebbe essere una rubrica generale sotto cui collocare alcune altre opere che rispondono all’esigenza sentita da molti, religiosi e laici, di illuminare il loro atteggiamento personale con le conoscenze fornite dalla psicologia. Da segnalare:

A. Giulianini, La capacità di perdonare. Implicanze psicologiche e spirituali (I prismi). San Paolo Cinisello Balsamo 2005, pp. 160. Il volume mette efficacemente in relazione la capacità di perdonare con la maturità della persona, configurando il perdono come un atto complesso che coinvolge la dimensione cognitiva, emotivo-affettiva, comportamentale, psicosociale e soprattutto, relazionale e interpersonale. Tutto ciò – sottolinea efficacemente l’autrice - rimanda all’equilibrio generale della persona e all’apertura all’altro, ma anche ad una positiva immagine di sé, che comprenda l’accettazione della propria ed altrui possibilità di sbagliare. Questa tesi è svolta muovendo da una sintetica rilettura personale di teorie psicologiche e psicodinamiche, nonché della letteratura religiosa e spirituale sul tema.

M. Garzonio, Le donne, Gesù, il cambiamento. Contributo della psicoanalisi alla lettura dei vangeli. (riproposte), La Biblioteca di Vivarium, Milano, 2005. Non l’assurda e impossibile pretesa di una psicoanalisi dei Vangeli (da altri rivendicata) ma una rilettura “spirituale” del vangelo e della relazione tra Gesù e le donne, fatta da un’intelligenza acuta e sensibile, affinata dalle conoscenze della psicologia analitica junghiana e dalla pratica clinica. Le ipotesi formulate e i quadri interpretativi suggeriti sono un tentativo di cogliere la novità anche psicologica che l’atteggiamento personale di Cristo introduce nella questione dei rapporti uomo-donna. Siamo qui lontani dalla strampalata lettura autoreferenziale e femminista della Hanna Wolff di un “Gesù terapeuta”, autrice che anch’essa si richiama a Jung. (E’ noto che l’epistemologia eclettica di Jung e certe sue simpatie per l’esoterico servono spesso da pretesto per le più assurde affermazioni, teorie, metodi psicoterapeutici). Un esempio di come non si dovrebbe fare della psicologia della religione, né una lettura “spirituale” si trova nel volume di P. Baima Bollone, La psicologia di Gesù. (Uomini e religioni). Mondadori Milano 2003. Dedicato al vasto pubblico coinvolto nell’odierno interesse per tutto ciò che presenta la figura  di un Gesù esoterico e alonato di misteri, il volume, in questo caso, pretende di collocarsi su un versante “apologetico” presentando la “vera umanità” di Gesù, ad esempio mostrando come la sua persona insieme, umana e divina, non comportasse in Lui psichiatriche dissociazioni e personalità multiple. Che dire? Davvero non si sentiva la mancanza di una tale pubblicazione, di questo pur apprezzato esperto di medicina legale: Sutor, ne ultra crepidam… (Mario Aletti)